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05/31/2008

La prigione morbida

Morbid

L'estratto di un articolo di Alberto Abruzzese integralmente pubblicato sull'ultimo numero di 7thFloor.

Detta in italiano, la parola design è gettata in una zona di confusione, tanto più profonda quanto più istintiva: impone un ragionamento a imbuto, dal più generale al più particolare.

Dalle qualità intimamente connesse ma anche divergenti del disegnare e del progettare alle qualità più specifiche della grafica ovvero dei modi in cui il disegno si fa lettera, abito, casa, oggetto, decoro, mappa, attrezzo, veicolo, medium.

E’ dunque non solo la parola design, ma anche l’esperienza viva che la anima, sfuma in domini diversi del tempo e dello spazio, avanti e a ritroso, al centro e lateralmente: dai primi graffiti sino alle mappe, architetture, figure e scenari dei linguaggi digitali.

Tutto allora come prima e sempre? Dove è la differenza su cui ci possiamo soffermare – e rifletterci – ora che i modi di produzione sono altrettanto immateriali dei modi di consumo, ed anzi lo sono ancora di più per il semplice fatto che nel  consumo si concentra la carne dei sensi, la presenza dei corpi, la condensa delle passioni, l’agire stesso dei rapporti sociali? Per cogliere questa differenza di regime tra industriale e postindustriale – scarto epocale su cui far sostare le nostre etiche professionali affinché si ripensino – basta forse notare solo quanto il design si sia aperto alle morbidezze dell’accoglienza e della familiarità, del piacere tattile e visivo, della relazione reciproca, dell’ibridazione compiacente? È certamente vero che, nel compiere il proprio destino di moderna rappresentazione del mondo, il design è passato dalle dimensioni solide della costrizione

ovvero strutturazione (dello spazio, del tempo, del corpo, del desiderio) alle dimensioni liquide della libertà ovvero decostruzione. Certamente vero: per un sociologo della modernità, come il tormentato Weber quando parlò di corazza per dire della costrizione della persona nella forma – nell’abito fisico e mentale – della modernità, come si trattasse della Vergine di

Norimberga. Certamente altrettanto vero per i creativi del presente – moda, arredo, architettura, urbanistica, servizi – che, nascendo sulle ceneri del terribile Novecento, sono ora arrivati all’esatto rovescio dei delitti, delle torture e delle fantasmagorie

dovute a quella trapassata divisa borghese e poi collettiva, dunque alla storia di quelle etiche identitarie, nazionaliste, imperialiste e esclusiviste.

                                                           .                 .                     .

Alberto Abruzzese

Le piattaforme espressive di cui oggi disponiamo – le evoluzioni digitali che stanno connettendo sfera

pubblica e sfera privata come mai prima – conservano tuttavia il rischio di rispondere alle grandi tradizioni del vedere piuttosto che del sentire, e cioè di oggetti piuttosto che di esperienze.

O meglio di oggetti che impongono esperienza (anche un oggetto morbido e gradevole può funzionare da prigione, insulto, ferita, strappo). Ed è qui che ritengo necessario andare oltre le versioni anche più liberatorie del design di ambiente per spingerle al loro limite più estremo, verso modalità di design dell’esperienza. Per quanto oggi questo tema venga trattato in vari modi, spesso divergenti tra loro, a me pare che abbia il merito di sfruttare l’innovazione per creare situazioni sensoriali non basate più sul

rapporto deterministico tra oggetti e soggetti ma su un campo relazionale.

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