Successivo » « Precedente

LA FORMAZIONE GLOBALE E PERMANENTE

Un nuovo appuntamento con “Le aziende e l’innovazione dovunque”.

Roberto Panzarani propone un articolo scritto da Massimiliano Cannata e pubblicato su Technology Review Edizione Italiana 2/2008 e ripreso su The Innovation Network Magazine dello Studio Panzarani di Maggio 2008.

Fino a che punto sarà possibile declinare i nuovi paradigmi della formazione, traducendoli in un’ottica di efficienza utile alle imprese che si muovono in uno scenario ipercompetitivo e senza confini?

Non è facile rispondere a un interrogativo che impegna i migliori cervelli, rimbalzando sui testi più avvertiti della scienza economica e manageriale oltre che in svariati convegni, alle latitudini più disparate. Per non andare tanto lontano basta risalire a un recente appuntamento organizzato da Confindustria, che ha coinvolto i massimi livelli della comunità internazionale e che ha posto l’accento sulla Partita del capitale umano nell’era delle idee. Il tema assume un’importanza di primo piano nell’economia dei network che mettono in connessione fra di loro esperienze, storie e intelligenze.

Formare nuove risorse qualificate da inserire nel circuito lavorativo, individuare degli indicatori per misurare la spinta che l’intellectual capital è in grado di esercitare al fine di garantire un miglioramento delle performance e delle organizzazioni produttive, sono obiettivi indifferibili per qualunque paese che voglia definirsi dinamico e al passo con   i tempi. «Siamo nella società della conoscenza, nuove logiche produttive si stanno facendo strada nelle nostre aziende – spiega Luigi Mastrobuono, vice direttore generale di Confindustria – tecnologia e rete sono parole che i nostri imprenditori hanno saputo capire e declinare, come dimostra il saldo positivo della bilancia tecnologica, l’aumentato valore dell’export che ha segnato un più 12 per cento nell’ultimo anno, dato poco presente sui media, cui si è accompagnato il progressivo passaggio dal materiale all’immateriale. Il lavoratore di domani avrà un profilo interculturale, assumerà la differenza come valore, dovrà dimostrare, crollati i vecchi sistemi di tutela, di saper pensare più a se stesso. Il passaggio generazionale che stiamo vivendo si sta sempre più traducendo in un passaggio di visione e di competenze, in una parola in un salto di cultura». Una sfida ardua quella del capitale umano e della formazione, come dimostra l’ampia pubblicistica che si occupa di questo tema. L’ultimo rapporto dell’ENEA, L’Italia nella competizione tecnologica  internazionale, pubblicato da Franco Angeli, fotografa un’Italia costretta a segnare ancora il passo. Oltre alle «tigri» dell’Est, Cina e India, ci precedono di gran lunga molti paesi occidentali. «Un forte investimento in ricerca scientifica, sviluppo tecnologico e alta formazione potrebbe servire – affermano in Contro il declino, Codice edizioni, Pietro Greco e Settimo Termini – a rimuovere le cause del declino ed entrare nella società della conoscenza». Se la ricetta appare ormai condivisa, da dove occorre cominciare? Acquisire conoscenza, accelerare il cambiamento, padroneggiare le competenze: Kenneth Blanchard, guru riconosciuto della scienza manageriale, snocciola un trinomio in numerosi scritti che hanno fatto il giro del mondo. L’enunciazione è chiara, ma non basta a sanare lo scarto che esiste tra la letteratura e le azioni concrete, i metodi di apprendimento, le attività che bisogna mettere in campo per migliorare produttività ed efficienza.

Strategie, competenze e valori organizzativi

Management Forum, il Rapporto 2007 di Fondirigenti, (il Fondo per la formazione continua promosso da Confindustria e Federmanager che vanta un network di 12.000 imprese e di 70.000 dirigenti), tratta il nodo cruciale dello sviluppo delle competenze, allo scopo di fornire strumenti utili al management chiamato a misurarsi con l’universo mutante della «nuova globalizzazione complessa».

La vastità del campo di osservazione e la densità della problematica non tolgono efficacia ai tanti messaggi che vanno dalla centralità dell’internazionalizzazione all’importanza che potrà rivestire in ambienti competitivi la collaborazione tra piccole e medie aziende, alla prospettiva della continuità imprenditoriale, quale fattore che potrà dare nuova linfa al paradigma dell’impresa familiare. La necessità di trasmettere i «valori impliciti» che esistono in ogni ambiente di lavoro, il riconoscimento della forza trainante dei quadri, soprattutto se capaci di relazionarsi in modo creativo ai vertici dell’organizzazione, sono tutti elementi destinati a incidere sui tempi e i modi della formazione globale.

La dinamica della trasformazione è materia di dibattito e di confronto nell’ambito di un comunità di interessi che coinvolge i diversi attori della politica, dell’economia e della comunicazione, impegnati a sviluppare una più ampia riflessione sulla natura e le prospettive del neo-capitalismo.

Presidio del know-how,  duttilità, creatività delle risorse costituiscono qualità irrinunciabili per le aziende che vorranno rimanere sul mercato. Dal MIT di Boston arriva la lezione di Jonathan Low e Kalafut Cohen, annoverati tra i primi autori che hanno enfatizzato la prospettiva del «vantaggio invisibile», volendosi riferire alle forze motrici dell’economia digitale. Il diffondersi della connettività e dell’Internet Protocol richiedono, infatti, pertinenza di linguaggi e adozione di codici relazionali, che possano interfacciarsi con il paradigma della rete, non tanto fondato sull’esercizio del controllo e della pianificazione rigida, quanto sulle dinamiche probabilistiche dell’interazione e del cambiamento.

Dioguardi «La catena del valore», commenta Gianfranco Dioguardi (nella foto a sinistra), economista del Politecnico di Bari, esperto di organizzazione aziendale «dell’impresa rete si inserisce in un contesto aperto: fatto di relazioni, interazioni, confronti, contatti con altri mondi. Internet e le nuove tecnologie hanno una importanza cruciale nella definizione delle nuove strutture lavorative. Direi di più: il rapporto uomo-computer è una polarità talmente forte da comportare una progressiva revisione del vecchio sistema delle deleghe, tipico del fordismo e una revisione dei paradigmi formativi. Soprattutto nelle grandi realtà, penso a quelle aziende che hanno un rilevanza strategica, operando per il sistema paese nelle public utilities, nell’energia, nelle telecomunicazioni, dall’acqua alla comunicazione, il problema più grosso è quello di far emergere la centralità della risorsa individuale. Oggi emerge una responsabilità che impegna l’azienda verso il cliente, il quale svolge sempre più la funzione di vero e proprio committente, con tutte le responsabilità di ordine sociale ed etico che ne discendono».

Non c’è dunque da meravigliarsi se nell’agenda dei formatori si stiano facendo strada termini quali: governance dell’innovazione, attenzione al bilancio sociale e agli impatti ambientali, dialogo con il territorio e con gli attori istituzionali.«È la legge della complessità» – sostiene il sociologo Edgar nel suo ultimo lavoro pubblicato in Italia Della politica (Armando Editore) – che significa consapevolezza e analisi del contesto entro cui i fatti si verificano. Vuol dire che l’imprenditore non può limitarsi a guardare dentro le realtà produttive, il suo interesse deve volgersi alla reti di connessione che legano gli eventi che succedono sotto i nostri occhi. Piuttosto che isolare la parte dal tutto dobbiamo porgere l’orecchio alle relazioni tra le parti, affrontando la complicazione inevitabile della storia, l’irruzione di una componente di incertezza irriducibile che corrode le nostre conoscenze acquisite, fino a sgretolare i miti della completezza, dell’onniscienza che hanno regolato il cammino della modernità ». Nell’ottica prospettata da Morin la conoscenza è una «cerniera mobile», un margine di dialogo e non di separatezza, adatto a mettere in relazione ambiti disciplinari diversi, che vanno rafforzati esercitando competenze sempre più trasversali. Dare enfasi al contesto, reinterpretare continuamente le priorità, agendo su flussi informativi poco strutturati, richiede un timone che ci faccia orientare nei percorsi del mondo globale.

Il flaneur: figura originale di viaggiatore-formatore

Bocchi Gian Luca Bocchi (nella foto a sinistra), tra i pionieri italiani della complessità, (risale al 1985 la prima edizione della celebre antologia, La sfida della complessità, pubblicata con Mauro Ceruti per Feltrinelli e divenuta presto un libro cult) non ha dubbi in proposito: «Il problema, non mi riferisco solo all’Italia, ma anche all’Europa, è che la formazione aziendale deve farsi carico di un doppio compito: da un lato di far prendere consapevolezza dell’importanza dell’individualità, aiutando la persona a modulare tutto ciò che è condiviso dall’organizzazione di cui fa parte in termini soggettivi e contestuali. Non possiamo trascurare di trasmettere dei contenuti che siano all’altezza della terza fase della globalizzazione.

Formare individui integrati è il primo must, creare cioè soggetti che abbiamo il senso del presente e dell’epoca in cui vivono. Bisogna lavorare sui modelli cognitivi, sulle forma, ma anche sui contenuti, altrimenti diventa impossibile educarsi alla cultura planetaria, che non è un modello omologante, ma un fenomeno culturale ed economico integrato, sostenuto da tanti attori diversificati. Perché anche il corpo dei marines», prosegue il filosofo, «si occupa di formazione e complessità? Perché i marines agiscono in tempo reale in situazioni pericolose, non possono attendere un ordine dall’alto, ma devono far propri modelli cognitivi che consentano loro di agire in condizioni di conoscenza incompleta e in situazioni in cui si deve avere una capacità di decisione autonoma. Le aziende non sono in guerra, ma l’innovazione e la competizione rendono ugualmente calzante la metafora. Il punto di sviluppo è rappresentato dal fatto che fino a oggi l’azienda richiedeva di adottare codici pubblici e collettivi e di mettere tra parentesi i codici privati individuali. Oggi abbiamo bisogno di un totale interscambio, la persona deve lavorare con la sua biografia, che è anche corpo e non solo cultura». Ma Bocchi si spinge oltre, fino a riproporre, il viaggio, topos letterario per eccellenza, quale efficace strumento di formazione globale. «Viaggiare significa attraversare luoghi innovativi, significa compiere un rito di passaggio. Penso, per esempio, alla ritualità del viaggio di Marco Polo, attraverso cui l’individuo raggiunge un grado di maggiore maturità e di consapevolezza. Se costruiamo bene un itinerario e andiamo a visitare  luoghi che ci interessano dal punto di vista specialistico, possiamo constatare che quelle realtà sono tali perché vi sono processi globali in atto, che non sarebbero comprensibili senza che ci fossero alle spalle processi culturali e storici a lungo raggio. Globale e locale, forma e contenuto si toccano nella dimensione del viaggio, aiutandoci a generare un modello cognitivo originale ed efficace». Lo studioso ha in mente il flaneur, lo reinterpreta nelle vesti di formatore del futuro, riconducendosi al personaggio gentiluomo frutto dell’invenzione letteraria di Charles Baudelair, impegnato a vagare per le città, ma straordinariamente capace di tramutare ogni tappa in un’esperienza significativa di conoscenza, senza farsi schiacciare dalla predeterminazione di percorsi fissati a priori.

Legami deboli, «volano» dell’innovazione

Il capovolgimento fin qui delineato ha delle pesanti ricadute non solo sulle teorie economiche prevalenti, ma anche sui fondamenti epistemologici che sono alla base del sapere e della conoscenza. Produrre uno «scatto» in avanti potrà servire a liberare le organizzazioni dal «vecchio mobilio», dai vecchi «sacrari», su cui si fondava l’azienda castello e la fabbrica taylorista, stigmatizzate da James Hillman nel celebre saggio sul potere? Un interrogativo che è all’origine della riflessione di Pier Luigi CelliCelli  (nella foto sotto), almeno a giudicare dalle due pubblicazioni più recenti, Narrare la leadership (Luiss University Press) e Le virtù deboli (Apogeo). Titoli emblematici, che rendono impossibile accomunare questi scritti ai canonici manuali di management. Si tratta infatti di opere che rispecchiano un percorso di ricerca che molto ha a che fare con la filosofia, l’antropologia, l’etica. Anche in questo caso il focus del ragionamento è rappresentato dall’individuo, impegnato nella ricerca di un ruolo di protagonista in una storia aziendale che deve coinvolgerlo, a dispetto della cecità di capi spesso superficiali o semplicemente non all’altezza del compito, che ne mortificano aspirazioni e progetti. «Le organizzazioni», argomenta il direttore generale della LUISS, «stanno tornando a essere delle macchine operative, non sono più degli organismi. Questo è grave, perché l’organismo ha un’anima, mentre la macchina ha solo dei processi». Per invertire il trend bisogna ricorrere a delle virtù alternative, «deboli» le definisce Celli, perché non hanno nulla a che vedere con le virtù «cardinali», fede, speranza, carità, che ci ha tramandato la tradizione cattolica. Rispetto, fiducia, lungimiranza, tolleranza, intesa come lo spazio entro cui ciascun individuo è disponibile a mettere in discussione se stesso e gli altri, un ambito in cui siamo disposti a riconoscere chi la pensa diversamente, in cui i limiti sono per una volta legittimati. I legami «deboli» sono quelli più potenti, perché non si spezzano, consentendo alle variabili di muoversi, senza sganciarsi, senza che si smarrisca la visione di insieme. Questi legami permettono di esplorare piani diversi, perché non si elidono a vicenda, ma fluttuano armonicamente. «La storia ci dice che queste virtù non hanno tradizionalmente avuto un corso forte nella  strutturazione delle organizzazioni imprenditoriali, nella formazione delle competenze e delle relazioni interpersonali.

Si tratta di un indice di miopia da parte del management, che ha per troppo tempo trascurato di rafforzare quegli ingredienti che rendono le persone più flessibili, educandole a pensare “lateralmente”». Il nucleo centrale delle virtù deboli consiste nella pluralità dei punti di vista, che fanno evolvere il sistema, disancorandolo dall’incaglio della realtà quotidiana.

Tale atteggiamento favorisce l’innovazione che si sostanzia del valore del pluralismo. L’innovazione è frutto di discontinuità e la discontinuità fa a pugni con la routine. Chi vuole cambiare libera energia  all’interno dei luoghi di lavoro, secondo logiche non lineari, quindi non prevedibili. La standardizzazione chiude le porte alla sperimentazione, che può scattare solo quando tutta una serie di potenzialità, di forze, di saperi, emergono, consentendoci di affrontare il futuro».

L’analisi ci conduce oltre i recinti della «modernità», tende a sfumare gli steccati delle ideologie, allentando il mito della «fabbrica» di Chaplin, mettendo a nudo le opacità e i limiti dei santuari del mercato che si globalizza, assorbito dall’unica schiacciante dimensione della borsa, che si arrovella sul destino delle azioni, sull’andamento dei bilanci, sulla chiusura di trimestrali di cassa sempre incombenti.

Nel nuovo mercato delle competenze in relazione ad assetti organizzativi aperti, decisivo potrà risultare il lavoro in partnership, sviluppato in quei territori di confine, efficacemente descritti da Morin.

«Occorre una grande capacità di visione», è l’analisi di Maria Cristina Rocchi, senior specialist di KPMG Advisory, colosso multinazionale della consulenza, «che vuol dire aiutare concretamente le persone a realizzare il loro potenziale, senza rinunciare al sogno che le ha portate a intraprendere un percorso di carriera. Le strategie che riguardano le risorse umane devono allinearsi ai valori e agli obiettivi dell’azienda, e questo è possibile con una gestione oculata e lungimirante dell’esistente e sopratutto attraverso la messa in campo di efficaci sistemi di valutazione e di feed-back. Equità e trasparenza fanno il resto, in quanto valori che hanno un impatto sul grado di motivazione dei singoli attori dell’organizzazione».

La Rete: «turbo» del capitale relazionale

Internet è un ambiente neutro o esercita un influsso sui processi della formazione globale? C’è una commensurabilità tra la rete, che è il nuovo tessuto connettivo delle organizzazioni, e il capitale umano?

Roberto Panzarani (nella foto a sinistra), docente di Psicologia delle Organizzazioni presso l’Università dell’Aquila, ha affrontato l’argomento nel corso di un’intensa attività di formazione che ha coinvolto e continua a coinvolgere, oltre al MIT di Boston, intellettuali, ricercatori e manager di tutto il mondo. «Gli strumenti della Società dell’Informazione accelerano i processi cognitivi, ampliano la necessità di continuo confronto e aggiornamento, fino a incidere sulle metodologie della formazione e della ricerca. Cambia così il nostro rapporto con la conoscenza, la rete, in particolare, diviene un “turbo” del capitale relazionale, andando a comporre, assieme al capitale umano e organizzativo, le tre dimensioni dell’intangibile. Da questo trinomio dipende il vantaggio competitivo e quindi il successo delle imprese più innovative». Le tecniche della comunicazione digitale consentono la messa in comune delle intelligenze, permettendo di creare una sorta di koiné fondata su saperi, conoscenze ed esperienze diverse. L’intensità di questo network è l’unità di misura che può far comprendere la solidità del circuito conoscitivo. «L’individuo», prosegue Panzarani che ha mandato in libreria una bussola per i capitani d’impresa del nuovo millennio, L’innovazione a colori: una mappa per la globalizzazione (Luiss University Press), «può sviluppare capacità di conoscenza, a condizione che sappia attribuire valore alle connessioni che si instaurano a più livelli. Ci accorgiamo, allora, che l’economia si intreccia fatalmente con i paradigmi della biologia, non è più la scienza dell’equilibrio, divenendo il campo di pertinenza dei processi di feed-back positivi, che si relazionano alle dimensioni convergenti della blur economy: la velocità, l’immaterialità, l’interconnessione».

Ma le grandi organizzazioni cosa stanno facendo per reagire alle sollecitazioni che provengono da un contesto così fluttuante? Emblematico può essere l’esempio dell’Associazione degli Industriali. «È stato avviato», spiega Rita Santarelli che a viale dell’Astronomia riveste l’impegnativo compito di dirigere l’Area Capitale Umano, Pianificazione e Coordinamento, «un processo di cambiamento che ha visto come risultati la ridefinizione degli obiettivi della struttura interna e l’avvio di progettualità che hanno individuato metodologie e strumenti per favorire il passaggio da un’organizzazione ad albero a un’organizzazione a rete. Accelerare lo sviluppo di un nuovo modello di  lavoro basato sulla valorizzazione delle competenze professionali e dell’apprendimento collettivo, realizzare un sistema di comunicazione interna come leva di integrazione, sono nostre priorità. Vogliamo dare vita a un’autentica Learning Organization, il che significa preparare Confindustria a saper generare, condividere e diffondere conoscenze all’interno e all’esterno del sistema associativo. Dobbiamo pensarci come parte di un tutto più ampio, come network e come comunità che opera con intenti comuni, che sa giungere a una visione condivisa della propria mission e sa sviluppare approcci comuni alla soluzione dei problemi.

Vuol dire soprattutto ampliare i modelli mentali, affinché le persone sappiano attivare schemi di ragionamento inusuali e capacità di problemsolving, funzionali alle nuove sfide richieste da un mondo che cambia». Tutte iniziative che segnano un cambio di marcia, soprattutto una discontinuità rispetto alla tradizione molto forte, che apre la strada a un clima organizzativo che si comincia a respirare in molte imprese. L’investimento è orientato a imporre l’uso di nuove metodologie, ma soprattutto di strumenti di lavoro innovativi, adatti a coinvolgere professionalità ed esperienze diverse su progetti e obiettivi comuni, consentendo di rafforzare il lavoro in rete e nello stesso tempo di favorire gli scambi, la socializzazione delle conoscenze, il rafforzamento delle diverse identità curriculari. Come si vede l’’affermarsi del paradigma digitale non genera fortunatamente solo un senso di disorientamento. Parallelamente sta crescendo il desiderio di ciascuno di capire più a fondo le leggi del mondo che ci circonda. Se pensiamo che non è tanto l’economia delle reti ad avere cambiato le carte in tavola – esisteva infatti anche un secolo fa – quanto le implicazioni economiche di Internet che, avendo una portata veramente rivoluzionaria, stanno obbligando ad aggiornare e a rivedere  registri, tempi e linguaggi della formazione e della comunicazione scientifica, ci rendiamo conto che gli esiti di questa profonda rivoluzione, che scuote la società e il lavoro, sono ancora tutti da scrivere.

Commenti

Scrivi un commento