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Prima e oltre la discarica

Mano_005_5 Diversamente dal nostro solito appuntamento, inizierà da oggi una serie di incontri/interviste con personalità  vicine all'Ateneo di Pavia, i cui studi ed interessi sono vicini al modello concettuale del nostro metablog e alla più propria disciplina dello Humanistic Management.

Per cominciare vi presento il Professor Leonardo Terzo docente di Letteratura Inglese e Studi Culturali presso l'Università di Pavia.

Molteplicità ed impermanenza esiste un paradigma che possa sostituire i vecchi modelli sulla comprensione della realtà?

Credo che non ci sia per ora una risposta possibile a questa domanda, proprio perché la realtà contemporanea è fluida e non lascia intuire un principio di strutturazione e modellizzazione in fieri. Il concetto stesso di “comprensione della realtà” appare oggi una pretesa eccessiva. Il pragmatismo dominante, come diceva Richard Rorty, si accontenta di “continuare la conversazione”, ovvero di tenere aperta l’attenzione agli eventi.

Il mio orientamento è infatti di prestare attenzione a ciò che fanno i giovani, e se qualcosa si può arguire dai loro comportamenti, sembra consistere nella molteplicità di interessi che le nuove generazioni sono capaci di intrattenere nello stesso tempo. Questo ha vantaggi e svantaggi. Per esempio implica una dispersione dell’attenzione stessa e quindi una minor capacità di concentrazione su determinate scelte e determinati obiettivi. Il vantaggio è di considerare una gamma più estesa di opzioni, un’apertura e una capacità di adattamento a più contesti, con possibilità di rapporti plurimi, sia personali, sia sociali, sia professionali.

Scegliere per l’individuo è diventato quasi un privarsi di ciò che non si sceglie, per questo si cercano e si mantengono più rapporti a un livello interlocutorio, e ovviamente viene meno la possibilità di approfondire e concentrarsi. Va diffondendosi una tendenza di cambiamento nel modo di approccio al reale che come si è detto stimola  una maggior curiosità dell’individuo ad ispezionare il reale, ma che determina negativamente una sempre più diffusa incapacità di scegliere.

Il modello va perciò ricercato nell’esplorazione della nuova molteplicità impensata che ogni crollo dei precedenti paradigmi lascia sul terreno. L’aspetto negativo è ovviamente l’incertezza e quindi una quantità di scelte immediate minimali, imposte dalla rapidità del flussi dell’informazione, e un’impossibilità di fare invece scelte di fondo. Almeno per ora.

Inoltre ogni ambito richiede specificità nella costruzione e comprensione di quel settore del mondo, e infiniti ambiti propongono dei sottoparadigmi. Si usava dire che nel Settecento il modello del mondo era l’orologio, cioè un meccanismo che si poteva smontare in tutti i suoi pezzi e ingranaggi, e poi rimontare e perciò capire, perché dominava un’estrema fiducia nella razionalità. Nell’Ottocento il modello diventa invece l’organismo vivente, che si poteva osservare, ma non sezionare, altrimenti sarebbe morto. E dunque non era del tutto comprensibile, rimaneva cioè un margine di mistero e ineffabilità proprio della vita stessa dell’individuo come del mondo. Nella prima metà del Novecento il mondo è assimilabile invece ad un campo di forze in preda all’indeterminazione della logica quantistica, per cui i comportamenti individuali e collettivi non sono riconducibili a certezze di nessun tipo, se non ad un calcolo delle probabilità. Oggi l’ultimo modello proposto è il mondo come discarica, sia materiale che culturale. Vedi internet, dove tutto confluisce senza ordine e senza gerarchie in un riflusso continuo di rifacimenti e riciclaggi. Poi ovviamente si può sperare nel post-umano, ma non è ancora possibile capire se sia qualcosa di più che la mera virtualità.

Nel settecento era diffuso il culto delle rovine, che poi era il culto del passato. Oggi in luogo delle rovine abbiamo invece le macerie. Ciò che prima veniva distrutto dal tempo oggi lo è dall’uomo. C’è una tendenza a distruggere. L’accelerazione nei processi è tale che le opere d’arte che un tempo stavano nelle cornici per essere contemplate oggi si riducono ad installazioni che poi vengono disinstallate. Per alcuni artisti ciò comunica appunto l’impermanenza dei valori della realtà moderna. Nelle arti il corrispettivo della discarica è il concetto di “sublime ermeneutico” una sorta di deposito a cielo aperto dove finiscono tutte le installazioni disinstallate e le performance dimenticate, e le documentazioni dei nudi di massa sempre più simili a folle regredite a mandrie transumanti agli ordini dello pseudoartista megafonato.

Un altro complesso di sintomi per capire le apocalissi culturali in atto è dato dalla trasposizione dei meccanismi epistemici della pornografia a tutto il resto della vita contemporanea. Questi meccanismi sono 1. l’estroversione del privato nel pubblico, ovvero una spudoratezza totale rispetto a ciò che prima riguardava la sfera intima delle persone e delle personalità; 2. la svalutazione dell’ermeneutica e la rivalutazione dell’erotica nell’approccio ai fenomeni: la dicotomia mente/corpo, intellettualità/sensualità che negli ultimi tre secoli aveva visto la preminenza del primo termine sul secondo, tende ad un ribaltamento, la corporeità si prende la rivincita, come appunto avviene nella pornografia; 3. la ri-mediazione, cioè la necessità di riadattare la vita ai nuovi mezzi tecnologici che si pongono tra noi e l’esperienza del mondo, così come la macchina da presa nella pornografia si pone tra la persona reale e il sesso; 4. infine la permutazione come modalità dei rapporti nella comunità: cioè prima o poi (nella realtà o nell’immaginazione) ogni elemento di un gruppo esercita un rapporto con ogni altro elemento senza posizionamenti fissi (nelle coppie vip, negli schieramenti politici, dei calciatori nelle società di calcio, delle nazioni tra gli “stati canaglia”, dei cibi nelle diete, ecc.)

Comunque nel gestire il presente la riflessività dell’individuo è più rapida ed intuitiva, come quella dell’automobilista nell’azionare una leva o nel premere un pedale. Egli non deve soffermarsi a pensare e riflettere, ma sa benissimo cosa sta facendo. In questo senso bisogna giungere a ciò che chiamerei:”redenzione del presente”, cioè capire che viviamo nel cosiddetto “tempo reale” e ci dobbiamo adattare ad esso. I giovani lo fanno già. Anche qui ci sono degli svantaggi. Il più rilevante mi sembra sia il fatto che il valore delle informazioni che riceviamo è minimo nel senso che è effimero. Perciò la moltiplicazione delle informazioni comporta contemporaneamente la svalutazione del valore di ciascuna di esse.

Perciò la tecnica diventa un sorta di capro espiatorio: l’umanesimo nel novecento viene accantonato, per alcuni a causa della tecnica appunto. Ma l’uomo in realtà è un animale culturale e tecnico da sempre: pensiamo all’ invenzione della ruota. L’essere umano non esiste senza tecnica, oggi alcuni pensano che la tecnica domini l’uomo. Invece sono gli uomini, cioè non tutti gli uomini, ma quelli che detengono le leve del potere che indirizzano e usano la tecnica come gli conviene. A questo proposito ci sono due posizioni e due categorie di persone. Coloro che costruiscono la tecnologia e svolgono ricerche nei laboratori, i quali hanno prospettive precise, ma non riescono a vedere molto oltre la loro specializzazione. Essi sanno ciò che stanno facendo, ma non possono che avere una prospettiva miope e limitata sullo sviluppo generale della civiltà. Poi quelli che danno interpretazioni generali per poter orientarsi dentro la realtà. Il mondo però non aspetta chi tenta di spiegarlo. Proponendo modelli generali del mondo costoro diventano inevitabilmente dei futurologi. In questo modo ci rendono allo stesso tempo un po’ più sicuri, ma un po’ più illusi. Le loro previsioni non sono del tutto irrilevanti, ma la loro presa sui processi collettivi è aleatoria. In questa situazione i giovani mi sembrano cautamente orientati a non scegliere, forse perché intuiscono la difficoltà di capire ciò che stanno facendo.

Oggi è sempre più forte la commistione tra reale ed immaginario. Quest’ultima dimensione necessita sicuramente dell’esperienza per potersi fondare ma una delle due parti prenderà prima o poi il sopravvento?

L’immaginazione è stata a lungo una facoltà umana considerata con sospetto, da Platone fino ai Padri della Chiesa. Solo con l’idealismo tedesco e col romanticismo l’ideale da immaginare diventa uno strumento di progresso spirituale e culturale per l’umanità, che vive in un continuo trapasso dal reale all’ideale e ritorno. Come ho già detto tutto oggi si è abbreviato. Ma questa è la percezione di tutte le epoche della storia. Il passato è alle nostre spalle e dato che da esso non si può prescindere noi non facciamo che rifletterci in esso, solo che il futuro ci piomba addosso prima del previsto e dobbiamo elaborare nuovi comportamenti (ideali, immaginari?) per sopravvivere. Renè Thom ha elaborato la teoria delle catastrofi, che vede la storia della civiltà come il susseguirsi di crolli e riedificazioni. Del resto già Leopardi nella Ginestra aveva scritto “…e città nove sorgon dall’altra banda a cui sgabello son le sepolte”.

L’immaginazione è una facoltà necessaria allo scienziato come al filosofo e al politico, perché è una modalità costitutiva del pensare, ma la si ritiene principalmente una dote dell’artista. E quindi tornando alle arti: come abbiamo detto il concetto di bello non vien più considerato produttivo dall’estetica contemporanea. L’arte oggi tende al sublime, che significa l’andare oltre, verso il divenire e le metamorfosi.  Il senso dell’arte contemporanea sta quindi nell’intuire ed alludere a qualcosa che non si conosce. E per passare dal reale all’ideale lo strumento, ovvero le nuove poetiche, si basano sull’eccesso. Altri invece ritengono che l’arte più significativa del nostro tempo sia la pubblicità, la quale ha a disposizione infinite risorse finanziarie e quindi anche tecniche. Questo anche perché “pubblicità” significa farsi vedere e conoscere, e ciò si identifica con la nuova ontologia, per cui esiste solo ciò che viene rappresentato e appare su uno schermo o su un cartellone. Woody Allen, ne La rosa purpurea del Cairo, mette a confronto la realtà e l’immaginazione, ed è una delle opere d’arte più significative della nostra epoca cosiddetta postomoderna, perché ci dice che l’uomo deve scegliere. La fantasia è più felice, ma non esiste. La realtà è la nostra vita vera, ma è infelice.

Come i beni sono capaci di esprimere la cultura, il gusto e lo stile dell’individuo?

C’è chi pensa esista una cultura unica del consumismo dove la nostra identità è riflessa nei prodotti che consumiamo. In fondo è sempre stato anche così. Solo che per esempio una famiglia aristocratica prima si identificava col suo palazzo, un oggetto nobile. E anche il borghese si identificava col suo tenore di vita, ma sempre proiettato sulla lunga durata degli oggetti che lo costituivano, da un vestito di buona stoffa ad un’automobile sicura e relativamente confortevole Oggi invece l’identificazione avviene in oggetti sempre più effimeri, banali e di minor valore. Il valore degli oggetti non sta nella loro qualità intrinseca, ma nel logo del produttore. Ma si è scoperto che non solo gli oggetti contraffatti sono fatti in Cina, ma anche quelli non contraffatti che costano moltissimo spesso sono stati fatti in Cina. Non sono gli oggetti contraffati che ci imbrogliano, ma il mondo stesso sembra un imbroglio.

Renato Bossi e Leonardo Terzo

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