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05/13/2008

Il Grande Fratello: quando il simbolico precipita nel reale

Grandefratello1 Storytelling Lab: studenti, studiosi, appassionati, che riflettono sull'uso della narrazione nel mondo quotidiano (a cura di Andrea Fontana)

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Iniziamo questa nuova sezione del blog con una riflessione di Claudio Fattibene su un  reality show ormai rodato: il Grande Fratello. Cosa ci racconta narrativamente il padre di tutti i reality?

Ci sarebbe da chiedersi cosa (non) sarebbe successo se nel 1948 George Orwell non avesse coniato il concetto del Grande Fratello su cui è basata la trama di “1984”, il suo romanzo più celebre. Profeticamente, lo stesso concetto è oggi uno dei pilastri su cui poggia una delle più importanti tipologie di trasmissioni  televisive, ovvero il “reality show”.

Già 60 anni fa Orwell annoverava il Grande Fratello come l’occhio di un dittatore perennemente “sintonizzato” sulle vite degli abitanti di un ipotetico mondo. Questa connotazione del Grande Fratello (nel romanzo è un palese riferimento ai regimi totalitari che hanno scandito il periodo della seconda guerra mondiale) è stata ripresa e rivista in chiave moderna dagli autori di quello che è considerato forse il capostipite e il più fortunato dei reality show, “The Big Brother”, appunto.

Il meccanismo del programma è all’apparenza molto semplice:  un determinato numero di persone viene introdotto all’interno di un luogo chiuso, dove per un periodo più o meno breve la loro realtà sarà costantemente monitorata da telecamere; il tutto a favo19841re dell’intrattenimento di un pubblico comodamente seduto in poltrona.

Questa interpretazione minimalista può essere confutata in molti dei suoi aspetti. Prima di tutto è giusto parlare di realtà o la si dovrebbe chiamare “realtà simulata”? E si tratta davvero di persone che vivono in un luogo oppure sarebbe più appropriato parlare di “personaggi” che abitano uno “scenario”? E’ possibile che degli individui assumano un atteggiamento spontaneo quando vivono nella consapevolezza di essere “spiati”?

Questi interrogativi pongono le basi per una concezione “narrativa” del Grande Fratello: una trasmissione che trova la sua ragione di esistere sull’intreccio di storie che vengono costruite al suo interno e rivolte all’esterno; storie che nella maggior parte dei casi assumono il carattere di “frammenti” che esplorano in tutta la sua estensione il mondo delle matrici narrative, trattandosi di momenti tanto epici e melodrammatici quanto tragici e ironici. E come nella miglior tradizione Jacobsoniana i personaggi del Grande Fratello possiedono degli elementi caratterizzanti, il che ci aiuta a tracciare e a delinare una differenzazione orizzontale e un’analogia verticale. Sul piano orizzontale, all’interno cioè di una singola edizione del programma, è possibile constatare una vasta gamma di personaggi, ognuno diverso dall’altro e ciascuno portatore di un proprio valore simbolico. Sul piano verticale è interessante notare che questi valori non sono nien’altro che stereotipi che vengono puntualmente riproposti con l’avvicendarsi delle edizioni.

Un altro elemento fondamentale è lo scenario, ovvero quel luogo in cui le interazioni tra i personaggi si manifestano e danno vita alle storie. Lo scenario è alla portata di tutti, personaggi  e pubblico, ed è un luogo che apparentemente smonta i concetti di “ribalta” e di “quinte”, fondendoli insieme: non esiste più infatti quel luogo fisico (dietro alle quinte) il cui accesso era vietato allo spettatore; non è più preso in considerazione uno spazio che permetta al  personaggio di respirare, togliersi la maschera e di tornare seppur per qualche momento alla condizione di persona.

Il Grande Fratello quindi, elevandosi ad una sorta di gioco di ruolo, rappresenta un’importante tappa dell’evoluzione del genere di storie dai quali si è “bombardati” nel corso di una giornata ideale. Il suo carattere ha rotto il tradizionale punto di vista del pubblico, il quale si vede vista negata la possibilità di distinguere la spontaneità dei personaggi da una loro immedesimazione nel ruolo che interpretano.

Questo non significa che la realtà vera e propria venga però mistificata, ma più semplicemente non le si da modo di manifestarsi. L’attributo “reality show” è quindi da intendersi come un fenomeno non vero ma verosimile, dove quello che succede e viene raccontato può apparire plausibile. Contemporaneamente, proprio per la loro peculiarità di essere esposti costantemente all’occhio del pubblico, eventuali gesti o frasi inopportune (ovvero tutto quello che il pubblico non deve o si pensa non voglia ascoltare) non potrebbero essere nascoste: ciò presuppone che i personaggi siano “educati” nel sapere in quali modi si possono comportare e quali modalità devono assumere i loro atteggiamenti. 

Nella dittatura immaginaria di Orwell era il Grande Fratello stesso che regolava la vita dei propri sudditi, dettando legge sui doveri a cui ogni cittadino doveva adempiere. Non sarebbe assolutamente fuori luogo se gli autori del programma si fossero ispirati anche a questo particolare di 1984 per la buona riuscita del loro reality. Questa però è un’altra storia.

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Postato dalla personalità mutante di Claudio Fattibene - Studente ECM, scrittore.

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Commenti

francesca

La buona riuscita di un reality definisce il genere che affascina una grande fetta di pubblico ,che in quanto molto numeroso, si presume eterogeneo e più o meno attento: tuttavia è questo evidente interesse che mi pare l'elemento reale per eccellenza. Ora mi piacerebbe capire se si tratta di un fenomeno relativo al nostro tempo ,ad alcuni bisogni di tipo sociale derivanti dal mondo del lavoro ,dai rapporti familiari e con la società oppure semplicemente il reality piace perchè soddisfa curiosità insite nella natura umana d'ogni tempo.Mettiamo, semplicemente perchè mi sembra un ipotesi interessante ,che il successo del grande fratello, tanto per andar sullo specifico, sia tale perchè il pubblico del duemila era il pubblico giusto.Ma cosa può mancare ad una persona di questa generazione rispetto a qualche generazione fa? Il mondo non è più chiuso nei limiti di una strada, di un paese, di una città, i rapporti tra sessi sono meno lunghi di un tempo e forse men profondi, ma una certa nostalgia per un mondo circoscritto probabilmente è nel nostro dna, come la paura ancestrale di animali preistorici ci fa gridare alla vista di un comunissimo ragno,così forse il bisogno di rapporti con persone diverse da noi ,ma non estranee ricopre un bisogno che nel giornaliero rito di accendere la tv alla stessa ora e ridere di qualcuno, capirlo o detestarlo e illudersi di conoscerlo bene, quasi sentirlo amico o nemico vero ,trova il suo sfogo. La cosa più bella (o tragica, non saprei) è che non si rischia niente, non si limita la propria libertà come avviene quando il rapporto lo si ha con qualcuno vermente nella vita reale, si può decidere di accendere o di spengere il televisore scegli tu! Ma che ne sarà poi di tutti questi concorrenti, una volta usciti dalla "casa alla mercè di un pubblico convinto di conoscerli e di amarli o di odiarli per quello che sono.Probabile che rischino di recitre una parte all'infinito ,sempre sotto pressione , peccato privarsi così della possibilità di cambiare di guardare fuori di sè senza limiti.

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