Marco Minghetti -

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15/05/08

Hitchens alla Scala

Questa sera (15 maggio 2008 alle ore 17.00) presso il Ridotto dei Palchi "Arturo Toscanini" al Teatro alla Scala il celebre saggista statunitense Christopher Hitchens presenta La vittoria di Orwell (pubblicato in Italia da Libri Scheiwiller); il teatro ha in cartellone l’opera 1984 scritta e diretta da Loren Maazel che nel pomeriggio interverrà all’incontro. Discuteranno del libro insieme all’autore Pierluigi Battista e Salvatore Carrubba.

Anche in Italia la provocatoria opera di Hitchens sta riscuotendo consensi ed interesse. La tesi da lui sostenuta riguardo ad Orwell è chiara: Orwell è vittima di un pregiudizio tanto diffuso e radicato negli Usa da essere citato persino dai Simpson (qualcuno ricorderà l’episodio in cui Homer incontra la madre, attivista degli anni sessanta, scomparsa per sfuggire alla legge).

Hitchens sfida questo diffuso pregiudizio tipicamente “di sinistra”, affrontando nel merito tutti i luoghi comuni che accompagnano l’opera di Orwell. Poche reputazioni letterarie hanno conosciuto un così sistematico e radicale ridimensionamento o suscitato tanta ostilità. Il “senso comune” di Orwell, considerato autore di apologhi ingenui e datati, aspramente criticato da Raymond Williams e Claude Simon (tanto per fare due nomi) è considerato improponibile quanto l’ipotetica “società di patrizi” cui avrebbe l’aspirazione di rivolgersi la sua opera. Socialisti, conservatori, filosofi post-moderni, critici dell’imperialismo, femministe... tutti furono concordemente ostili all’autore della Fattoria degli animali e 1984.

Divenuto celebre per aver criticato figure più o meno inattaccabili (da Henry Kissinger a Madre Teresa) questa volta Hitchens si trova a difendere uno scrittore partendo dalla sua capacità di leggere il contesto storico-politico nel quale si trovò ad agire, dal suo essere stato, oltre che romanziere, anche un grande giornalista in grado di affrontare le questioni più spiacevoli nella maniera più realistica, rinunciando al sempre facile appeal di mode e correnti. Hitchens difende Orwell nella maniera a lui più congeniale: portando un feroce attacco al presente della cultura americana: come Thomas Carlyle scrisse il suo volume su Cromwell dichiarando che aveva dovuto dissotterrarlo dal mucchio di cani morti e di frattaglie che lo ricoprivano per farne una figura degna di una biografia, così Hitchens, prima di poter scrivere su George Orwell ha ritenuto necessario liberarlo da un cumulo di pastiglie di saccarina e fazzoletti di carta usati… Con il nuovo secolo che comincia a girare a pieno regime, grandi riflessioni vengono rivolte all’eredità del secolo precedente. Quali scrittori barcollano, quali implodono, quali prosperano? L’opinione di Christopher Hitchens in questo libro immensamente combattivo e divertente è che tra gli scrittori inglesi è soprattutto Orwell a rimanere imponente, intatto e giusto. Che tratti di imperi o dittatori, di razza o classe, di nazionalismo o cultura popolare, il modo di vedere morale di Orwell è indispensabile in un mondo che negli ultimi cinquant’anni dalla sua morte ha visto enormi cambiamenti. La sua capacità di vedere oltre menzogne e distorsioni della verità, di dire esattamente ciò che pensava (senza curarsi di chi poteva sentirsi offeso) lo rendono oggi più importante che mai. Provocatorio, divertente e ed estremamente piacevole, La vittoria di Orwell è un vivace incontro tra la più grande coscienza radicale degli anni Quaranta e una delle menti più incisive del nostro tempo.

Questa sera chi avrà occasione di venire alla Scala ne potrà avere esperienza diretta.

Paladino dello stato costituzionale di diritto e dei valori illuministici di laicità e ragione Christopher Hitchens, nato a Portsmouth (U.K.) nel 1949, è il più provocatorio saggista in lingua inglese, per molti anni considerato da Gore Vidal come il suo delfino. Diplomato a Oxford, trotzkista e socialista, all’inizio degli anni Settanta entrò in contatto con Martin Amis e Ian McEwan. Nel 1989 rimase profondamente scosso dalla fatwa contro l’amico Rushdie e iniziò a manifestare preoccupazione per i possibili pericoli derivanti da un “fascismo teocratico” di matrice islamica in espansione. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 le sue posizioni si fanno più radicali: convinto sostenitore dell’intervento anglo-americano nella guerra in Afghanistan e, soprattutto, in Iraq, lo scorso anno la sua polemica con Chomsky fu uno dei più seguiti e appassionati scambi epistolari nella storia del giornalismo americano.

Postato dalla personalità mutante di: Andrea Amerio

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