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Le Aziende In-Visibili -

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04/09/2008

Molto blog, poca partecipazione

di Paolo Costa

Mi aggiungo alla nutrita lista di coloro che, in qualche modo, proclamano la morte del blog. Non sono il primo a sospettare che il blog sia defunto. E so, peraltro, che sollevare un dubbio simile proprio in questa sede rischia di essere irriverente, quasi blasfemo. A maggior ragione nel momento in cui la cultura del blogging sembra aver raggiunto livelli inauditi di popolarità (Technorati.com censiva, nel dicembre 2007, oltre 112 milioni di blog nel mondo). Eppure stiamo scoprendo che la posizione dei blog nel panorama dei media sociali, ammesso che ne abbiano ricoperta una in passato, si sta oggi insterilendo.

Non che la cosiddetta blogosfera, dietro all’apparente innocenza che deriva dallo stile informale e dal carattere personale dei contenuti, sia priva di un suo impatto sociale. Anzi, nel loro rappresentare nient’altro che se stessi, i blogger «azzerano le strutture centralizzate di senso», come sostiene Geert Lovink nel suo recente Zero Comments (Milano, Bruno Mondadori, 2008). I blog rendono sempre meno potenti i cosiddetti gatekeepers: le autorità, dal Papa ai partiti alla stampa, che «non influenzano più la nostra visione del mondo» (ibid.). Quindi hanno un effetto sociale – a seconda dei punti di vista – livellante o devastante. Sono la fase nichilista dei media mainstream, l’artefatto decadente attraverso cui il modello dei media di massa vive il suo declino. Testimoniano il decrescere del potere dei media di massa, senza riuscire a sostituire la loro ideologia con un’alternativa:

Ciò che sta decadendo è la Credenza nel Messaggio. È il momento nichilistico, e i blog facilitano questa cultura come nessuna piattaforma ha fatto fino ad ora. Venduti dai positivisti come cronache dei citizen media, i blog assistono gli utenti in questo passaggio dalla Verità al Nulla.

(Geert Lovink, Blogging, the nihilist impulse, “Eurozine”, 2 gennaio 2007)

Ma perché il blog non offre un modello credibile per quella che dovrebbe essere, habermasianamente, la nuova sfera pubblica? La risposta è abbastanza semplice: nella migliore delle ipotesi, il blog sostiene la relazione uno-a-molti, non quella molti-a-molti. Più spesso, il blog è una tecnologia del sé, simile allo yoga e alla confessione, cioè finalizzata all’autocontrollo. Troppe volte è pura autoreferenzialità, pratica narcisista del rispecchiamento. Il blog, insomma, non è un media partecipativo.
Fin qui i limiti strutturali del blog. Quali le implicazioni, dal punto di vista di una critica dei media?  Diremo forse che, dietro la trovata pubblicistica, il cosiddetto Web 2.0 si riduce a mera poltiglia comunicativa e addirittura celebra, come lo stesso Lovink sospetta, la fine del sogno di una Rete liberante? Non mi precipiterei a conclusioni così drastiche. E mi preoccuperei innanzi tutto di smascherare la portata ideologica di certe affermazioni sul ruolo di Internet. Dichiarare che alla fine la Rete renderà tutti liberi (o, viceversa, tutti schiavi) è pericoloso quanto lo è ogni forma di determinismo. Un approccio più laico, anche quando si parla di Internet, non guasta.
Ora, l’operazione delle Aziende In-Visibili si propone come tentativo di scrittura collaborativa. Che cosa intendiamo, con ciò? L’approccio adottato per il libro di prossima pubblicazione è semplice: una struttura informativa costituita da un insieme di testi, ciascuno dei quali è stato redatto da un singolo autore nella totale ignoranza del lavoro dei coautori. L’unico collegamento fra i testi è costituito dalla comune ispirazione calviniana e dalle linee guida dettate dal curatore, a cui tutti si sono assoggettati. Ne risulta un prodotto volutamente disomogeneo. Nel passaggio dall’offline all’online che cosa può cambiare? La dimensione collaborativa potrebbe spingersi oltre. Potremmo avere:
•    la stessa configurazione del libro, ma con la possibilità per ogni autore di “sbirciare” i testi altrui in fieri
•    un ipertesto (più testi individuali, collegati fra loro da rimandi ipertestuali)
•    un unico testo o insieme di testi, ciascuno dei quali redatto collettivamente da tutti gli autori
•    un testo aperto alle modifiche di soggetti diversi dagli autori
In ogni caso il blog non è la piattaforma giusta per supportare questo esperimento. Un’opera di collaborative fiction non può essere scritta mediante un blog. Solo un wiki potrebbe fungere allo scopo (gli esempi non mancano: da Wikinovel a Wikiworld, da Orion’s Arm a Galaxiki). Ma soprattutto per impegnarci in un esperimento di questo tipo avremmo bisogno di concordare su una serie di regole o principi di collaborazione. Insomma, ci troveremmo effettivamente all’interno di uno spazio pubblico e quindi nella necessità di definire un’etica. Necessità molto meno stringente per gli autori dei blog, che sembrano spesso guidati solo dal proprio irrefrenabile istinto solipsistico.
Paolo Costa

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Commenti

L'amico Paolo da persona di cultura ampia e dalla biografia ricca di esperienze non può scrivere banalità od accodarsi a mode ingenue, ci suggerisce quindi una riflessione interessante che coinvolge il chi ed il che cosa della rete.

Concordo pienamente sulla necessità di approcci pragmatici e ragionati, ma in merito a questo a mio avviso il problema non è solo rispetto ad affermazioni su quello che la rete è o non è ma, in generale , sul modo di fare informazione che si è oramai affermato. Sensazionalismo, superficialità, gossip prevalgono. Dalla mucca pazza all'aviaria, dai fucili della padania alla diossina nella mozzarella.

"Ciò che si improvvisa, quasi sempre è senza spessore; e noi viviamo tempi di deboli dedizioni alla causa del pensiero. Tempi arroganti nel ridurre l'esperienza e nell'alimentare le aspettative, così da essere sul punto quando ancora bisognerebbe essere per strada, magari faticando" P. Celli - Un anno nella vita - PG. 262

Delusione di aspettative rispetto al Blog io non ne ho perchè sempre di tecnologie si tratta ed è il loro uso che interessa. In questo senso due cose trovo positive ed interessanti, e scusate se volo basso:

A) I siti per la costruzione di blog permettono di andare on line con un proprio sito gratis a praticamente chiunque. Un elemento di accessibilità molto positivo.

B) Meglio chi scrive sui blog che chi si esprime sui muri. Ci sono graffiti artistici, scritte di protesta, satira e volgarità, ma tutte queste non deturpano monumenti e case private ed inoltre forniscono occasione di espressione di creatività altrimenti difficilmente conoscibili.

D'accordo sulla necessità di patto sociale ma è la nostra società che ha bisogno di ridefinire un'etica, un patto sociale ritrovare senso civico. La rete è un mezzo potente ma rimane tecnologia e quindi può essere di ausilio a cercare ma non essere la risposta.

"Siamo malati di egoismo, e le istituzioni non sono più in grado di offrire ragioni di speranza. Con la crisi dell parola, il disprezzo del pensiero è appena dietro l'angolo. Ci vorrebbe qualcuno, coraggioso, che cominciasse a gridare nel deserto. (omissis) Dateci qualche profeta, che parli prima di essere impiccato, o messo all'indice. Ridate legittimità alla parola" P. Celli - op. cit. - Pg. 297/8

Ringrazio Paolo per l'intelligente provocazione, ma mi corre l'obbligo di fare chiarezza circa il procedimento che è stato seguito nella stesura del romanzo collettivo Le Aziende In-Visibili, soprattutto perchè non è assolutamente vero che i singoli autori hanno lavorato in maniera solipsistica, ignorando assolutamente ciò che stavano facendo gli altri. La coerenza del tutto è stata presidiata dal fitto dialogo che ho intrattenuto, nel corso dei due anni di realizzazione del progetto, da una parte con il team nel suo insieme, tenendo tutti costantemente informati delle evoluzioni del testo attraverso una serie di aggiornamenti mensili diramati via e-mail, e con i singoli autori dall’altra, collaborando con ciascuno, sia pure di volta in volta attraverso interazioni di diversissima entità e qualità, nella redazione dei singoli episodi. Detto questo, vorrei ricordare alcuni elementi salienti del processo creativo seguito.

In primo luogo, hanno lavorato al testo un centinaio di personalità dell’economia, dell'arte e della cultura virtualmente costituenti la LMS, ovvero la Living Mutants Society. La sfida che hanno accettato: racchiudere la propria conoscenza umana e professionale - i sogni, le emozioni, le esperienze - in un breve apologo, che rivisita una delle Città Invisibili di Italo Calvino, divenendo al tempo stesso uno dei centoventotto episodi del romanzo Le Aziende In-Visibili. Si è così aperta la strada ad una ricerca individuale e collettiva che, grazie alla forza dell’analogia, varca i confini del tradizionale modo di guardare al mondo imprenditoriale e, soprattutto, utilizza la metafora dell’azienda per parlare della nostra contemporaneità. Un approccio dunque innanzitutto analogico che, in prima battuta, consente di giocare con lo specchio rappresentato dal testo di Calvino in uno spirito vicino non solo a quello con cui Mussorgsky traduceva in musica la pittura o Wagner la mitologia, ma anche alle forme più caratteristiche della creatività odierna: basti pensare a molte opere pubblicitarie degli ultimi vent’anni (come ha bene messo in evidenza la recentissima rassegna della Triennale di Milano “Classico Manifesto. Pubblicità e tradizione classica”) o a tantissimi oggetti prodotti dal design più innovativo (come testimoniato dalla celeberrima mostra itinerante “Surreal Things”, che sta avendo un grandissimo successo in tutto il mondo e che evidenzia in maniera puntuale il debito non solo del design industriale ma della moda, del cinema, del teatro, della grafica, delll’architettura, della gioielleria nei confronti del surrealismo).

Ma soprattutto il testo scaturisce da una serie di dualismi, rispecchiamenti, opposizioni. Di queste aziende in-visibili si propone (riprendendo la metafora dell’azienda e quindi dell’organizzazione sociale come labirinto ma anche come libro spesso evocata nei testi dello Humanistic Management) un Ante e un Retro. Non necessariamente in antitesi, ma semplicemente come strumenti per leggere in maniera diversa una medesima realtà (nello spirito oulipiano degli Esercizi di stile). Prendiamo le due versioni di Leonia proposte rispettivamente da Alberto Provenzali e Giuseppe O. Longo. Il tema comune è la rappresentabilità (e prima ancora la consistenza) delle cose attraverso il linguaggio (Provenzali) e mediante la memoria (Longo), che sono architravi concettuali portanti di tutto il libro di Calvino e naturalmente de Le Aziende In-Visibili.

I rimandi antinomici possono poi essere anche fra “Aziende In-Visibili” diverse e per diversi motivi: sotto il versante del contenuto narrativo, ad esempio, la versione di Anastasia proposta da Josè Rallo diventa un flashback (forse solo immaginario) di Deckard (il Direttore del Personale controfigura del Marco Polo calviniano, che dall’insieme di altri indizi che si accumulano nel romanzo risulta essere figlio di emigranti siciliani) corrispondente al “Flashforward” della versione di Tamara proposta da Piero Trupia, mentre il dejà-vu da cui è colto Bill H. Fordgates Senior (l’Amministratore Delegato contraltare dell’Imperatore) nella Dutre-Rudet (altra antinomia che rispecchia quella con l’originale Trude) di Giuseppe O. Longo, rimanda al deja-vu (virtuale) di Fordgates Junior nella Aglaura di Nicola Gaiarin (che i due siano zio e nipote è rivelato nella rivisitazione di Despina di Isabella Rinaldi). Sotto il profilo dei contenuti manageriali, una possibile Vision positiva dell’industria petrolifera (quella di Mattei) descritta nella mia rielaborazione “Ante” di Zaira si confronta con le pratiche reali della negoziazione in questo settore evocate da Fausto Morganti nella sua rilettura di Zirma, ma si confronta anche con la più generale definizione di “leadership italiana” proposta da Domenico Bodega nel sua rivisitazione “retrostante” della stessa Zaira. I processi brutali di acquisizione descritti da Pino Varchetta (Olivia) fanno il paio con l’alternativa di salvaguardare nei casi di Merger il genius loci (Sofronia), e via dicendo. Sotto il profilo stilistico infine il “Flusso di coscienza individuale” con cui Giulio Sapelli ha poeticamente ripensato Laudomia si accoppia al “flusso di coscienza collettiva” usato ancora da Provenzali, il racconto in prima persona prevalentemente legato alla figura di Deckard a quello in terza che spesso connota la figura di Fordgates (Senior o Junior), eccetera.

Ancora, ho introdotto due elementi per rafforzare la coesione interna del tutto:

1. ho pensato che sarebbe stato utile, divertente e molto in linea con lo spirito oulipiano cui Calvino aderiva assegnare a ciascuna Azienda In-Visibile una posizione organizzativa: ma data la natura particolare delle nostre aziende, la loro in-visibilità appunto, le ho collocate, invece che su un Organigramma, su un Astrogramma (“una mia personale invenzione”, per dirla con il Cavaliere Bianco di Alice nel Paese dello Specchio) che consente anche di seguire, per chi lo desidera, le rotte dei viaggi di Deckard su una mappa celeste, sia pur leggermente modificata alla bisogna;
2. dato che uno dei temi centrali delle nostre riflessioni è il Mutamento (non a caso abbiamo costituito la Living Mutants Society), ho ritenuto interessante abbinare a ciascuno dei 128 episodi una chiave di lettura tratta da uno dei 64 esagrammi degli I Ching – Il Libro dei Mutamenti per antonomasia – di volta in volta nella versione Boaz o Jakin, i duei pilastri dell’Albero della Vita che sorgevano all’entrata del tempio del re Salomone e che, secondo la Cabala, rappresentano i principi opposti del movimento vitale, maschio-femmina, pieno-vuoto, luce-giorno (64 x 2 fa appunto 128). Qui l’ispirazione è venuta da uno dei più famosi romanzi di P.K. Dick The Man in The High Castle (non dimentichiamo che il nostro Deckard deve il suo cognome all’eroe di Blade Runner) in cui si immagina che la seconda guerra mondiale sia stata vinta dai tedeschi e dai giapponesi, il che comporta, fra le altre cose, che i manager delle grandi Corporation utilizzino per prendere le più importanti decisioni appunto Il Libro dei Mutamenti – I Ching. Le due colonne dell’Albero della Vita sono poi rappresentate frequentemente nei Tarocchi, carissimi al Calvino del Castello dei Destini Incrociati - ad esempio sono i due pilastri tra cui troneggia il secondo Arcano Maggiore, la Papessa, davanti ad un velo che nasconde l'ingresso del santuario, e che fiancheggiano il trono della Giustizia (Arcano numero 8) ornati di mezzelune bianche e verdi, mentre nell’Arcano 12, l’Appeso, il corpo dell'Impiccato penzola nel vuoto a testa in giù, fra di esse, in una ieratica posa a gambe incrociate.

Tutti questi elementi aprono la possibilità di tracciare innumerevoli percorsi di lettura all’interno del testo, come avviene in un ipertesto su Internet (e nel visionario Ruyela di Cortazar). Si può procedere nella lettura non solo seguendo la numerazione progressiva degli episodi, ma anche l’ordine numerico degli Esagrammi ad esempio, o la rotta seguita da Deckard sulla mappa dell’Astrogramma. Anche per questo motivo la grafica del volume richiama quella di una Intranet Aziendale, in particolare di uno di quei Tableau de Bord a supporto dei processi decisionali, ricchi di dati, grafici e tabelle, aggiornati in tempo più o meno reale, che i manager delle grandi aziende ben conoscono. La parte larga di ogni pagina accoglie il testo del romanzo, mentre in quella più stretta una “In-Visible Scorecard” segnala alcuni indicatori per la sua gestione (lettura ed interpretazione): il numero progressivo dell’episodio, la posizione in Astrogramma dell’Azienda In-Visibile ivi descritta, l’Esagramma correlato nella versione Boaz o Jakin, il link con l’originale calviniano, eccetera. Se qualcuno vuole vedere in questo una ironica rappresentazione dell’illusione (non solo) manageriale del controllo totale sulla realtà, è libero di farlo - anzi decisamente incoraggiato.

Un’ultima nota: al percorso narrativo scritto si affianca un percorso musicale, per cui ogni episodio ha una sua “colonna sonora” che ne definisce il mood. Anche grazie all’inserimento di questo elemento, ognuno dei 128 episodi del romanzo si configura come base dati da cui ricavare una piccola sceneggiatura: da qui l’idea, su cui sto cominciando a lavorare, di realizzare Le Aziende In-visibili: la Web-Opera (ibrido fra la Rock Opera musicale e la Soap Opera televisiva, nello spirito dell’Opera Totale di wagneriana memoria, da veicolare attraverso qualche canale tv in Rete) così concepita: 128 video, uno per ogni episodio, durata massima 3 minuti l'uno.

Amici comuni mi hanno segnalato questo post, premetto che non amo nè gli entusiami incondizionati, nè il catastrofismo, propendo per un pragmatismo, a volte anche eccessivo. A me sembrano elucubrazioni un po' troppo teoriche che sembrano venire da chi pensa ancora esistano soluzioni universali. Non era più semplice e realistico scrivere 1 riga sulla frammentazione dei pubblici e dei produttori di contenuti? In fine dei conti di blog come media del futuro ne parla solo chi vuole negarlo, alla gente interessa conversare e scambiarsi opinioni con lo strumento più facile che ha a disposizione in quel momento, forse sto semplificando io, ma girando in rete a preoccuparsi del ruolo dei blog sono qualche decina di blogger e pochi altri su milioni di persone che impiegano il loro tempo a parlare di quello che interessa loro...

Oltretutto definire la blogosfera , come fate qui:

"la relazione uno-a-molti, non quella molti-a-molti"

con tutti i limiti della povertà culturale del nostro paese e (di conseguenza) dei nostri blogger è veramente una stupidaggine... scusa Paolo, ma mi avete chiamato in causa voi... :-)

Se vuoi apriamo un altro post e ne parliamo...

Marco condivido, forse occorre allargare la visuale

Ho appena scoperto questo post e i susseguenti commenti. trovo la discussione molto interessante perchè parla del nostro modo di comunicare con vaste platee. Ma quale crisi o insterilimento dei blog!

Concordo colla posizione di coloro che scoprono dei blog che sono mucchi di racconti e notizie banali con il vuoto intorno e che ne rimangono delusi, ma col tempo e con senso critico si possono scoprire personaggi interessanti che sanno comunicare esperienze di vita, cultura del rispetto, ottimismo e una sana ironia.

Nei blog puoi scoprire scrittori, poeti, narratori di sè, disegnatori, esperti in svariate materie, innamorati e sognatori che hanno la capacità di veicolare messaggi positivi, di suscitare emozioni, di introdurre riflessioni mai scontate.

un saluto a tutti
Alex

Credo che la distinzione di Paolo da un punto di vista tecnico sia giustissima, è vero il blog in sè e per sè non è certo uno degli strumenti più "partecipativi", forum e wiki sono molto più orizzontali.

Ci sono però due aspetti da considerare, secondo me:

- il meme tracking
- l'ego

I blog sono ormai tantissimi e l'intreccio di conversazioni è di sicuro uno scenario più partecipativo del singolo blog, quindi, sempre imho, il fenomeno da analizzare non è il blog in sè e per sè, ma la rete globale di blog e i suoi possibili sviluppi partecipativi inter e intrablog.

La gente ha voglia e bisogno della propria casetta sul web, allo stato delle cose lo strumento che più consente di "fondare" il proprio personal media è il blog, il MIO strumento, il MIO spazio. Ho voglia di raccontare, aspetta che apro una wiki.... mmm, mi sa di no. ;-)

Resta il fascino e la potenzialità enorme dello strumento Wiki come modello di costruzione collettiva della conoscenza, ma ho l'impressione che arriverà prima la wikizzazione dei blog esistenti o la social netwrokizzazione degli stessi (uno per tutti si veda BuddyPress, recentemente riportato a casa da Matt http://buddypress.org/) che la loro scomparsa :-)

I commenti al mio post meritano alcune sottolineature (e probabilmente un nuovo post, fra un paio di giorni). In primo luogo concordo con la valutazione positiva di Bicocchi sul ruolo che i blog rivestono, nel momento in cui permettono a chiunque di portare la propria voce online praticamente gratis. E questo non è poco.
A Minghetti dico poi che non intendevo mettere in dubbio la coerenza dell’operazione Aziende In-Visibili. Sottolineavo solo la disomogeneità stilistica e di scrittura dei testi di cui l’opera si compone. Tale disomogeneità (che non è necessariamente un difetto, ma anzi potrà apparire come un pregio) deriva da una mera circostanza tecnica: Le Aziende In-Visibili non presuppone la collaborazione di più autori sullo stesso testo, né l’adesione a una cifra stilistica definita. Ogni città è riconoscibile per il proprio autore e si distingue dalle altre proprio per la sua personalità stilistica. In ciò l’opera differisce sia da altri esperimenti di scrittura collettiva online, sia da prodotti editoriali più tradizionali. L’“Economist”, per esempio, impone ai giornalisti l’adozione di uno stile redazionale collettivo, riconoscibile come stile del settimanale, non del singolo autore.
Infine un paio di risposte a Massarotto. Quando parlo di relazione uno-a-molti, prevalente sulla relazione molti-a-molti, alludo al fatto che la grande maggioranza dei blog non sorregge processi di comunicazione orizzontali. Il dibattito è quasi sempre fra l’autore dei post e i commentatori. I commenti a questo mio post, per esempio, si ignorano a vicenda (con una sola eccezione). Com’è ovvio, il caso parossistico è quello del sito di Beppe Grillo, che addirittura faccio fatica a definire blog. Massarotto però ha ragione quando dice che la partecipazione non va misurata all’interno del singolo blog. L’intreccio delle conversazioni diventa più interessante se il focus di sposta sul network dei blog.
Mi piacerebbe che affrontassimo anche la questione della fiducia. La lettura di un blog non presuppone necessariamente un elevato livello di fiducia da parte dei lurkers nei confronti dell’autore. Fiducia che è invece indispensabile – e in dosi massicce – nel contesto di un wiki. Ciò pone i due media su piani molto diversi per quello che riguarda gli standard di etica della comunicazione richiesti. Che cosa ne pensate?

Ne penso che vogliamo un altro post:-) O forse più di uno...

No davvero l'argomento è complesso e molto interessante, potrebbe addirittura diventare un white paper (ma per quello forse servirebbe una Wiki:-)).

Temi (ne butto lì un po'):

- Rendere collettiva la conversazione: è possibile organizzare i contenuti senza gerarchizzarli?
- La fiducia sul web: come scegliere a chi credere?
- Blog Vs Wiki: individualismo e intelligenza collettiva possono andare d'accordo?
- Analisi del grado di "socialità" degli strumenti di partecipazione del web (Es: Twitter, blog, forum, wiki...)


Ho scritto un articolo nel mio blog che può essere utile al tema in discussione:
" Nel corso dell’ultimo anno sono avvenuti dei fatti che hanno cambiato il modo di fare politica e hanno agevolato la costruzione di un nuovo soggetto politico “Partito Democratico”.
Tra gli avvenimenti più significativi ne segnalo due:
- Le primarie finalizzate a scegliere la classe dirigente del PD che sono state un grande successo di democrazia per la inaspettata, sconvolgente e vasta partecipazione dei cittadini;
- Le elezioni politiche del 13 e 14 aprile che hanno consentito la realizzazione spontanea di un grande movimento di partecipazione orizzontale di massa alla vita democratica del paese attraverso il sostegno del nuovo soggetto politico “Partito Democratico”. Questo movimento utilizza le nuove tecnologie di informazione e comunicazione (e-mail, blog, network, community e chat) per comunicare liberamente i propri pensieri e collaborare al fine di rendere possibile la vittoria di Veltroni.
Oggi l’impresa e le nuove organizzazioni che hanno intrapreso il cammino del cambiamento si muovono in questa direzione assomigliano ad una stella marina, prive di una struttura centralizzata che decide per tutti e con unità operative indipendenti. La testa della stella marina è rappresentata da tutto il corpo che partecipa ed esprime capacità.
I vecchi partiti assomigliano più ad un ragno con una testa centrale (struttura centralizzata) che opprime il corpo (capacità e creatività della periferia). Questa metafora assomiglia a Forza Italia che viene definita “Partito Azienda” ………, aggiungo, di quelle ante rivoluzione industriale (organizzazione gerarchica) che sono incapaci di cogliere il nuovo ed il cambiamento che avviene nelle organizzazioni del pianeta............. continua in
http://cambiamentoorg.blogspot.com/
Antonino Leone

Intelligentemente provocati da Paolo Costa ancora una volta rispetto alla discussione tra commentatori vorrei chiedere ad Antonino Leone se veramente crede a quello che ha scritto (probabilmente si, ma da militante). Francamente sostenere che il PD abbia innovato in termini di partecipazione mi pare piuttosto azzardato. L'eredità del "centralismo democratico" a mio avviso si sente ancora e complice la legge elettorale le scelte dei candidati sono state partitiche e non certo partecipate in forma allargata, e questo è stato vero per tutti, ed è stato ammesso da tutti i candidati con sufficiente onestà intellettuale .

Personalmente mi auguro che i due schieramenti si confrontino in modo costruttivo nella prossima legislatura e che ci si preoccupi seriamenti di digital divide e di partecipazione. L'esclusione della sinistra arcobaleno dal parlamento ed il restringimento della pluralità di opinioni rappresentate se aumenta la potenziale efficienza ed efficacia del governare, rischia anche di trasferire solo in sede di piazza dissenso e protesta. Che la rete ed i blog possano diventare un'agorà è opzione forse utopica ma certo importante e da incoraggiare.

I temi che lancia Massarotto mi sembrano senz'altro da cogliere. Mi auguro che raggiungano la discussione gli esponenti della nostra vista politica che rispetto ai temi della partecipazione e del ruolo di Internet hanno mostrato maggiore interesse e sensibilità.

Non scrivo da militante ma perchè ne sono convinto. Le nuove organizzazioni del terzo millennio si stanno muovendo nel senso che ho indicato e ritengo che i partiti devono superare la centralizzazione ed adeguarsi al cambiamento che avviene nel pianeta. Devono diventare una stella marina, metafora usata dagli autori di "Senza leader" . Un altro libro interessante è Wikipedia nel quale si parla della partecipazione di massa.
http://cambiamentoorg.blogspot.com/
Antonino Leone

Paolo Costa scrive:
>stiamo scoprendo che la posizione dei blog nel panorama dei media sociali,
>ammesso che ne abbiano ricoperta una in passato, si sta oggi insterilendo.
>[...]
>Ma perché il blog non offre un modello credibile per quella che dovrebbe essere,
>habermasianamente, la nuova sfera pubblica? La risposta è abbastanza semplice:
>nella migliore delle ipotesi, il blog sostiene la relazione uno-a-molti, non quella
>molti-a-molti.

Mi pare ci sia una confusione tra ciò che "dovrebbe essere", o che si "vorrebbe che fosse", e ciò che sarà.

Sbaglio o si parte dal presupposto che vede la rete come teleologicamente indirizzata all'affermazione del democratico e verso la diffusione della libertà? Come si passa altrimenti dal "il blog è solipsistico" ad "il blog morirà"?

Non può essere invece che il blog sia lo strumento simbolo della riscossa dell'individualismo che segue il pionerismo comunitario del web?

Conosco bene wikipedia, molto bene. Anche lì le discussioni avvengono spesso e volentieri per risposte dirette a singoli e per conseguenti divagazioni. Ed il numero delle buone pagine per un verso o per l'altro attribuibili per paternità ad un singolo utente sono in crescita.

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