Carta o non carta: è questo il problema?
Dal prossimo autunno si potrà trovare in libreria una nuova rivista semestrale di taglio specialistico (la prima tipologia citata in magazine wars): "Studi pasoliniani", diretta da Guido Santato nasce con il proposito di promuovere le ricerche su Pasolini e la sua opera pubblicando saggi critici, analisi, commenti di testi e offrendo un sistematico aggiornamento bibliografico degli studi dedicati al poeta di Casarsa in Italia e nel mondo. Vanta un comitato scientifico di rango (Zygmunt Baranski, Marco Antonio Bazzocchi, Daniela Bini, Gian Piero Brunetta, Guido Davico Bonino, Cesare De Michelis, Gian Carlo Ferretti, Massimo Fusillo, Hervé Joubert-Laurencin, Carlo Ossola, Rinaldo Rinaldi, Maurizio Viano, Pasquale Voza) ed è prevista per gli abbonati la versione Online full-text, in tutto identica rispetto a quella cartacea. Lorenzo Tomasin nell'articolo Pasolini val bene una rivista pubblicato sul domenicale del Sole 24 Ore (p. 35) ironizza sull'effettiva necessità di riviste che hanno scarsa visibilità ma nascono grazie all'l'incontro di esigenze editoriali e accademiche: "sono comparsi sul mercato editori che propongono servizi a prezzi competitivi" e, di concerto, come Tomasin sa bene , è diventato oggi indispensabile per gli studiosi "fare curriculum", accumulare pubblicazioni che verosimilmente leggeranno solo le persone chiamate a giudicare in sede d'esame il tuo operato.
Tomasin scrive giustamente che "l'inesistenza di un ranking ufficiale indebolisce l'autorevolezza degli studi, favorendo la dispersione per mille rivoli dei prodotti migliori. L'editoria scientifica e parascientifica da tempo impedisce una vera selezione". Questo accade anche perchè pochi (solo i giudicanti) possono prendersi la briga di andare a verificare alcunchè (ad esempio la percentuale di "inedito" presente in ogni articolo di un candidato). La difficoltà di reperire il materiale pubblicato (destinato a perdersi nella "quarta dimensione dell'editoria" di cui parlava Eco a proposito degli scrittori dilettanti, come i poeti a tre cognomi) fa il gioco dell'opacità italiana che da molte parti si lotta per ridurre in qualche modo. Ora, questa invisibilità è qualcosa di più che una semplice "nicchia" in cui si gioca un gioco scontanto: l'invisibilità è la garanzia di una non trasparenza. In questo senso internet potrebbe ancora essere un baluardo non per la scomparsa del diritto d'autore ma per una sua tutela e rilancio. Siti come Muse e Jstor e molte altre banche dati lo dimostrano. L'affidabilità di queste "banche", giustamente a pagamento, si fonda sul lavoro passato dell'editoria specialistica e ne sono un recupero. Il problema è come in futuro integrare le risorse e le possibilità di internet con l'affidabilità accademica. Se guardiamo a Italinemo l'offerta delle riviste dà le vertigini e, secondo Tomasin, "l'impressione che negli studi umanistici chiunque abbia un articolo nel cassetto possa trovare una rivista disposta a pubblicarlo, o al limite possa crearne una". E qui il bersaglio probabilmente è Studi Duemilleschi. Non credo tuttavia che le cose stiano proprio come dice Tomasin, o meglio non credo che da un' indipendenza imprenditoriale "sana" possano venir fuori solo pasticci su cui ironizzare, anzi. Se un sito con norme d'accesso controllate, potesse ospitare direttamente gli articoli dei dottori decisi a misurarsi con la ricerca e a rendere pubblici i loro risultati potendo legittimamente vantarne la paternità, e non fare la fortuna di qualche studioso più "accreditato", credo che si potrebbero leggere molti materiali interessanti (oppure constatare una crisi irreversibile delle discipline e del livello degli elaborati prodotti da chi avrà in mano l'università un domani). Da anni materiali interessanti si leggono in Bollettino '900, e in molte altri siti di qualità scientifica inappuntabile come Cinquecento Plurale o in riviste on line molto pur interessanti (ad es. come Mediazioni) e nei siti che si occupano di Italianistica e l'Italianistica on line. Il problema è unificare. Unificare nella differenza. Forse è venuto il momento di mettere un certe idee in soffitto. Se il capitale simbolico legato all'idea di "pubblicare un libro" è diminuto proporzionalmente alla crescita dell'offerta e i libri hanno sempre meno fascino allora forse è ora di supporre che il messaggio non è più il supporto. E il supporto avrà bisogno di altre motivazioni per sopravvivere che non la supposta tutela di una scricchiolante autorialità "sfogliata".
Postato dalla personalità mutante di: Andrea Amerio
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